Fernando Santi: interventi scritti

Unificazione socialista ed unità sindacale

Articolo pubblicato su “Critica Sociale”, ottobre 1956

La tanto attesa e pur non tanto vicina unificazione socialista ha portato alla discussione un grosso problema: quello della unità sindacale. Le posizioni delle direzioni dei due Partiti socialisti non divergono gran che al riguardo: sostanzialmente entrambe auspicano l’unità dei lavoratori italiani in un Sindacato unitario, democratico, autonomo, indipendente. Questa mi sembra la via giusta.
Taluni sindacalisti della UIL invece - e proprio quelli meno legati al PSDI o addirittura non militanti nel PSDI - vedono la soluzione degli aspetti sindacali dell’unificazione socialista in termini ristretti, di meccanico riflesso dell’evento politico: i socialisti in un solo sindacato ad ispirazione laica e socialista. Questa non mi sembra la via giusta. Non è la via giusta per risolvere il problema sindacale e non è la via giusta per aiutare l’unificazione socialista. Al contrario. Se l’unificazione, come taluni vorrebbero, dovesse comportare ulteriori divisioni sindacali, essa sarebbe giudicata negativamente da milioni di lavoratori non socialisti la cui opinione sarebbe un delitto ignorare ed ai quali dobbiamo invece cercare di estendere la nostra influenza rendendoli beneficiari del processo di unificazione socialista. Una seria politica socialista di riforme sociali e di restaurazione democratica e laica dello Stato è del resto impensabile senza l’appoggio delle
grandi masse operaie e contadine. Senza queste forze potremo fare del trasformismo, del ministerialismo; potremo fare tutto fuorché una autentica politica socialista.
Fernando SantiSe il tema dell’unità sindacale impegna oggi partiti, sindacati e lavoratori è perché esso è maturo, non certo come realizzazione, ma come problema, alla stregua di quello dell’unificazione socialista. La gente non si occupa dei problemi dell’anno duemila.
Purtroppo la deteriore supposta furbizia di noi italiani, che non ha nulla a che fare con la sana intelligenza politica che dovrebbe ispirare i nostri giudizi e la nostra azione, ci fa scorgere ovunque manovre oscure e pericolosi machiavellismi. Dico questo in rapporto alla posizione dei comunisti nei riguardi dell’unità sindacale. Sarebbe molto più serio e molto più giusto, invece, rendersi conto che l’amara esperienza di questi anni ha convinto i lavoratori comunisti e non, che soltanto con l’unità essi potranno migliorare le loro condizioni.
È superfluo ricordare come in questi ultimi anni il padronato italiano abbia rafforzato la sua posizione di predominio nella vita del paese. Produzione e profitti toccano punte impressionanti, in continuo crescendo. La Fiat, la Montecatini, la Italcementi, la Eridania, la Edison, la Federconsorzi, ecc. fanno la pioggia e il bel tempo. Producono quello che vogliono, ai prezzi che vogliono. Per contro mai come in questi anni, nonostante il progresso tecnico, le condizioni dei lavoratori sono state cosi dure. La disoccupazione resta ferma sui due milioni di unità; la media dei salari è miserevole, inadeguata ad un vivere civile; gli orari a quasi quarant’anni dalla conquista storica delle otto ore, giungono spesso alle 60 ore settimanali; la disciplina nelle fabbriche è estremamente pesante, ben al di là delle giuste esigenze tecnico-produttive e gli infortuni sul lavoro in pochi anni sono addirittura raddoppiati. E mai come in questi anni anche le più modeste rivendicazioni operaie si scontrano alla violenta, ingiustificata intransigenza padronale.
I lavoratori attribuiscono giustamente gran parte delle loro attuali difficoltà alla divisione sindacale che li indebolisce di fronte ad un padronato saldamente unito e deciso a sfruttare fino in fondo, senza scrupoli e senza pudori, le occasioni che l’attuale rapporto di forze gli offrono.
In questo giudizio dei lavoratori è la condanna della divisione sindacale ed è implicito un monito per i dirigenti di qualsiasi organizzazione, monito che essi non possono ignorare pena un più accentuato distacco dalla realtà operaia e contadina.
È indubbio che da qualche anno il movimento sindacale italiano nel suo complesso segna il passo. Non solo i grandi problemi di fondo - quelli della disoccupazione e della sicurezza sociale - ma anche altri di minore dimensione sono rimasti in piedi e non hanno avuto soluzioni adeguate. Un operaio disoccupato o un vecchio lavoratore che riceve cinquemila lire al mese di pensione, potrebbero chiedersi: quali risultati hanno ottenuto per me i diversi sindacati? Ma oltre ai problemi che derivano dalle strutture conservatrici, feudali (anche nella forma moderna del monopolio), della società italiana, come affrontare divisi gli interrogativi che vengono posti alla seconda rivoluzione industriale che sta per avere inizio anche nel nostro Paese? Come fronteggiare le conseguenze dell’automazione? Come volgere in progresso sociale il progresso tecnico? Con le vecchie polemiche tra CGIL, CISL e UIL forse?
In questa situazione di pesantezza, di dubbi e di discordia prende alimento una specie di qualunquismo sindacale che si manifesta non solo con l’andamento del tesseramento, ma Clicca per ingrandire la fotocon la scarsa partecipazione degli stessi iscritti all’attività del Sindacato. E tutte le organizzazioni, chi più e chi meno, risentono di questo stato di cose. Potrei dire, e sono nel vero, la CGIL meno delle altre. Ma questa è una magra consolazione.
Cosa occorre fare? Bisogna rimettere in movimento le cose che sono ferme, rivalutare il Sindacato, ridare prestigio, autorità, personalità al Sindacato.
Bisogna ridare fiducia in questo insostituibile strumento di emancipazione operaia a quei lavoratori che l’hanno perduta. E bisogna avere il coraggio di riconoscere che nessuna organizzazione singolarmente presa è in grado, con le sue sole forze di pervenire a questo risultato, di richiamare cioè al Sindacato, alle lotte sindacali, alla solidarietà operaia, i troppi lavoratori che ne sono assenti.
Fernando SantiQuesto risultato lo si potrà ottenere soltanto imprimendo alla situazione una svolta radicale, aprendo innanzi a tutti i lavoratori una grande prospettiva animatrice: quella della unità sindacale. La costituzione cioè di un grande sindacato unitario, forte di milioni di iscritti, democratico, autonomo, indipendente dai Partiti e dai Governi, moderno, efficiente nelle sue strutture, nei suoi strumenti, nella sua politica, nei suoi orientamenti.
Non sarà male intendersi su questi concetti di democrazia, autonomia e indipendenza.
Sindacato democratico vuol dire sindacato aperto a tutti i lavoratori, senza discriminazioni politiche, religiose o di altra natura, nel quale i lavoratori eleggono liberamente i loro dirigenti e determinano liberamente, attraverso la discussione e la decisione democratica, l’orientamento e l’azione. Sindacato democratico vuol dire Sindacato che opera sul terreno democratico, nel rispetto e nell’ambito della Costituzione repubblicana.
Sindacato autonomo vuol dire Sindacato autonomo dal sistema sociale: che riconosce cioè che la soggezione in cui è la classe dei lavoratori è il risultato delle strutture capitalistiche della società le quali producono, naturalmente, la miseria e la ingiustizia sociale. Sindacato autonomo è il Sindacato che lotta per riformare, modificare tali strutture, per adeguarle alle esigenze del progresso sociale e pervenire cosi gradualmente a liberare i lavoratori da ogni sfruttamento.
Sindacato indipendente dai partiti e dai governi è il Sindacato che ispira la sua azione non alle esigenze politiche di questo o quel Partito o Governo, ma alle esigenze degli interessi contingenti e permanenti dei lavoratori, tutti i lavoratori.
Indipendenza vuol dire non ingerenza dei partiti nella vita del Sindacato; vuol dire autonoma politica di quadri, democraticamente eletti nel seno del sindacato, per merito di fedeltà e capacità sindacale, e non chiesti in prestito all’esterno, a questa o quella organizzazione politica.
L’indipendenza dai partiti non può essere benevola concessione dei partiti stessi, ma consapevole conquista del sindacato che deve pervenire motu proprio a precisare compiti e funzioni ed a configurare così la sua giusta e naturale collocazione dello schieramento generale operaio e nella società italiana.
Questa indipendenza è sempre condizione pregiudiziale per la unità del Sindacato, ma lo è tanto più in questa fase storica, ben diversa da quella nella quale il Sindacato sorse nel nostro Paese per opera dei socialisti e del Partito socialista unica espressione politica, allora, della classe lavoratrice. Oggi infatti sono più di uno i partiti che si richiamano alla classe lavoratrice, che rappresentano interessi operai, e che hanno propria e distinta personalità ed azione differenziata sul piano politico e parlamentare.
Con tutto questo non vogliamo un sindacato tecnico, apolitico. Proprio nella misura nella quale il sindacato rifiuta di essere il braccio secolare di questo o quel partito, esso avverte la necessità di una sua propria politica rivendicativa, economica, sociale. Il sindacato moderno, del resto, interviene non soltanto nella distribuzione, ma nella formazione del reddito. Affronta cioè i problemi di struttura.
Per l’insieme delle considerazioni e delle ragioni esposte, sono più che mai persuaso della necessità di dare vita al Sindacato unitario del quale mi sono sforzato di definire sostanza ed aspetti.
Sarei sciocco se non mi rendessi conto delle difficoltà che un tale obiettivo deve superare e del peso delle forze interessate ad impedire l’unità sindacale. La via da percorrere non è certo breve. Molte cose devono mutare. Non è operazione di vertici, da risolversi con trattative diplomatiche ad alto livello, né con il ritorno a formule che hanno fatto il loro tempo. L’unità sindacale deve essere davvero una conquista di tutti i lavoratori che decideranno sulle forme, i modi, gli strumenti, i tempi dell’unità sindacale. Per essere viva e vitale l’unità sindacale, che esige come sua naturale premessa l’unità d’azione, deve essere la sintesi di un profondo processo di democratizzazione e di rinnovamento del movimento sindacale italiano.
Non vi sono tuttavia ostacoli insuperabili, nemmeno quello della affiliazione internazionale. La sola difficoltà, davvero insolubile, è quella che sorgerebbe da preclusioni nei riguardi di una qualsiasi corrente sindacale. Ma qui non potremmo già più parlare di unità, ma piuttosto di divisione che si vorrebbe perpetuare.
È davvero da augurarsi che tutti i socialisti del PSI e del PSDI si impegnino seriamente e lealmente per l’unità sindacale, la più vasta possibile, senza assurde differenziazioni.
L’unità sindacale deve rappresentare qualche cosa di più di uno strumento atto a conseguire migliori salari e migliori contratti, lo tengano a mente i socialisti. L’unità sindacale deve dare vita ad una grande forza operaia e democratica che inserendo seriamente le masse operaie e contadine dello Stato repubblicano contribuisca a modificare i rapporti sociali nel Paese, a spostare l’attuale equilibrio che vede prevalenti gli interessi della conservazione, e creare le condizioni per la realizzazione di una coraggiosa politica socialista., Ecco perché senza l’unità sindacale, senza la politica dell’unità sindacale, la riunificazione socialista non potrà raggiungere i suoi scopi fondamentali: cambiare le cose, mettere un fermo al dominio dei gruppi privati, realizzare la Costituzione, costituire una effettiva alternativa democratica e socialista.

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