Fernando Santi: interventi scritti

Quaranta morti al mio paese

Mi è arrivata una lettera del mio paese. Il mio paese non è proprio un paese: sono quattro case, a un paio di chilometri dalla cinta della città, cresciute lungo un canale che un gran prato divide dall’ampia curva della ferrovia. Sono quattro case: il Palazzetto, il Mulino. La Fornacetta e la casa dei Bernardi. Il Palazzetto è dove sono nato io tanti anni fa e dove è morta mia madre tanti anni fa, in un soleggiato pomeriggio di aprile. Da tempo immemorabile vi abitano le stesse famiglie, famiglie di ferrovieri, di cavallanti e di braccianti. I vecchi se ne vanno a poco a poco e vengono i nuovi nati a prenderne il posto. I giovani che si sposano si sistemano nei pressi, qualcuno porta in casa la donna e le vecchie madri si curvano per allevare i figli dei figli. La vita si svolge in gran parte in comune, nel largo cortile. La casa di ognuno è la casa di tutti, gli aiuti scambievoli, e di ogni giorno: un pizzico di sale, un uovo, il paiolo della polenta, un piccolo prestito, una cipolla dell’orto. Il Mulino è un vero mulino, con la grande ruota di legno che si scopre di muschio al tempo dell’asciutta, e macina lenta frumento e granoturco. Una miseria antica e nelle cose dimesse, nelle vesti aggiustate, nei volti smagriti. Per i cavallanti e i braccianti l’estate è la bella stagione. I cavallanti vanno al torrente a far ghiaia e sabbia per le case nuove della città, i signori delle tenute d’intorno chiamano i braccianti - al colmo dei calori - per i lavori di scolo, il taglio dei fieni, la trebbiature dei grani. L’inverno è la temuta stagione che porta il freddo ed il gelo e l’interrogativo sconsolato del domani. Grande risorsa è la neve che andranno a spalare in città.

Fernando SantiAl tempo dei tempi erano tutti confederati, avevano la lega, discutevano su scioperi e andavano in città con la bandiera. Leggevano giornali dai nomi bellissimi e strani: “L’idea”, “L’internazionale”, “per la vita” e davano addosso a preti e governi nel loro dialetto emiliano espressivo e preciso. Si sentivano uniti come una sola famiglia, “noi” contro gli “agrari” della campagna e i questurini della città. Parlavano di politica come deputati e dicevano seriamente: ecco, se io fossi ministro farei così e così. Disputavano di guerre, di paci di paesi lontani, Francia, Prussia, Giappone come di cose urgenti e vicine. Venivano da me che ero a scrivere in ufficio in città e, dì un po’ spiegami bene come è questa storia di questi irlandesi impiccati? Quand’era imbrogliato nei discorsi mio padre diceva: aspettate stasera mio figlio col giornale. Mio padre a otto anni andava alla fornace ed aveva imparato a leggere e a scrivere da un ombrellaio ambulante.

 

Intelligenti, franchi, gente d’onore e di parola davano ai figli nomi d’opera e d’eroi: Otello, Lohengrin, Spartaco, Francisco, Ferrer. Una ragazza che andava in giro col carretto del latte aveva nome Celesteaida. Le donne calde fedeli docili aiutavano gli uomini come meglio potevano: raccoglievano lungo la scarpata il carbone caduto dalle locomotive in corsa, spigolavano il grano, lavavano panni e frodavano centesimi al dazio cittadino.

 

La guerra andò a scovare le quattro case del mio paese e portò via parenti e amici. I miei compaesani bestemmiarono e maledirono e capirono che la guerra era persa e non c’era nulla da fare altro che patire e aspettare. Lo capirono quattro anni prima dei generali di Badoglio, quattro anni prima di quelli che scrivevano sui giornali e parlavano alla radio. Lo capirono e si misero a parlare stramaledicendo. Aspettarono prima gli inglesi poi l’America, poi, quando la città vicina fu in buona parte distrutta, aspettarono Stalin che non bombarda mai. Lo aspettano sempre.  Scavarono un gran buco nel prato fra la ferrovia e il canale quando la morte incominciò a cadere dal cielo pieno di terribili macchine nere e d’argento. Io non l’ho mai vista questa buca e non l’ho mai saputo prima d’ora ma posso bene immaginare chi ne ha avuto l’idea. E’ stato certo mio zio Vanino che lavorò in Olanda nei cassoni in fondo al mare per fare le dighe e salvare le terre dall’acqua salata. E uomini e donne gli avranno dato una mano e i piccoli, contenti di giocare coi grandi. Finito di scavare nella terra si saranno sentiti soddisfatti e sicuri.  Mi è arrivata una lettera dal mio paese, una lettera tremenda. Una bomba è caduta su quella buca e su quegli uomini, quelle donne, quei bimbi che riempivano la buca: quaranta morti del mio paese. Li conoscevo tutti, uno per uno: i vecchi mi han preso in braccio bambino, con quelli della mia età ho giocato, ho rubato la frutta dagli orti, ho fatto a sassate sullo stradone, i più giovani li ho visti venir su piccolini. Mi volevano bene al mio paese e consolavano mio padre quando i fascisti mi picchiavano e i carabinieri mi mettevano in prigione. Mi volevano bene, ma io da tempo li avevo abbandonati. Ero andato a Milano e tornavo sempre più raramente a trovarli. Volevano sapere tante cose: se c’era da fidarsi di Ciurcil, se durerà ancora un pezzo, se sarebbe diventato tutto una Russia e se dopo le cose si sarebbero finalmente voltate. Non dovevo lasciarli così. Avrei dovuto star loro vicino e consigliarli: non fate quella buca in mezzo al prato, non ammucchiatevi come pecore, sarà la vostra sepoltura. Quando vengono le bombe sperdetevi nei campi lungo i fossati, il canale, sotto gli alberi. Forse non mi avrebbero obbedito, abituati a stare tutti assieme, a ridosso come le loro quattro case. Non abbiamo potuto fare i funerali per tutti, mi dice la lettera un po’ perché mancavano le casse e un po’ perché i morti erano così rovinati che non si potevano mettere assieme. L’Angela, la Angeletta, che mi tenne tanto con sé, quando morì mia madre sua amica, il Dario cavallante suo marito che mi portava in groppa all’Archimede lento e spelacchiato, suo figlio, la nipote Artemisia e la vedova Ildegonda con le quattro figliuole e il fratello e la sorella e la cognata e tutti i sei Raffaldini e quattro della famiglia Bernardi, Otello nostro cugino e la Celesteaida. I miei si sono salvati perché erano in città. Ecco, ora penso a mio cugino Otello, avrei dovuto volergli più bene. Era bello davvero, alto e gentile ed era nato il giorno del mio sposalizio, diciannove anni fa. Sua madre ancora sudata e sanguinante ci aveva voluti nel suo letto, così gli porterete fortuna. Sì avrei dovuto ricordarmi che alle votazioni del plebiscito mio zio aveva messo giù la scheda di no. Le schede erano segnate, tutti lo sapevano, anche mio zio lo sapeva. L’avevano seguito in cinque fuori del Comune e lo avevano picchiato.  Mi raccontava e mi diceva: sono dei briganti, non ho avuto il coraggio di votare per loro e poi tu sei mio nipote e te ne han fatte di tutti i colori. Quindici giorni dopo la ferrovia lo aveva licenziato, per scarso rendimento. Mio padre invece, già vecchio e dai capelli bianchi, lo avevano picchiato subito, davanti al seggio. Due forestieri spavaldi lo avevano preso per le braccia uno da una parte e uno dall’altra. Allora intervenne un giovane tenente con la tracolla azzurra che era lì per il servizio d’ordine e gli diede due schiaffi.  Non ti picchio perché sei un vigliacco che non hai neanche il coraggio per difenderti, aveva detto a mio padre.

 

Il figlio più grande di mio zio era militare in Grecia quando Badoglio fece l’armistizio. Che ne sarà diventato di lui, di questo mio cugino, di questo mio sangue parente? I partigiani o i tedeschi: chi lo avrà ammazzato? Sì, dovevo volere più bene ai miei cugini. Quaranta morti, quaranta morti al mio paese. Come avrò il coraggio di ritornarvi quando sarà finita, io che mi sono salvato, io che sono scappato abbandonando le quattro povere case? E l’ho saputo soltanto ora, dopo sette mesi. E in questi sette mesi io non li ho pianti i morti del mio paese. Li pensavo vivi, immaginavo i loro discorsi nel cortile e qualche volta sorridevo delle loro ingenue uscite.  Sorridevo di loro che eran morti da tempo sepolti nella buca in mezzo ai prati. E non abbiam potuto fare i funerali per tutti, mi dice la lettera, un po’ perché mancavano le casse un po’ perché i morti erano così rovinati che non si potevano mettere assieme. Non dovevo tradirli, dovevo dir loro non ammucchiatevi così per carità! Come mi accoglieranno, i non morti? Potrebbero anche dirmi: è colpa anche tua, della sporca politica che ci hai messo in testa anche tu. Noi poveri non dovremmo fare della politica. Forse era meglio stare cani soggetti come al tempo dei papi e non cercare di fare andare l’acqua all’insù. Non dovremmo fare della politica noi, vermi della terra, noi che non sappiamo che metterci in un buco in mezzo a un prato e farcisi dentro seppellire.
Ma io non poteva sapere, credetelo, gente del mio paese, non potevo sapere che ci fossero dei pazzi dai capelli rossi venuti dalla California che si fermano a guardar giù quattro povere case tra la ferrovia e il canale.  Ci sono milioni e milioni di case al mondo e grandi palazzi nelle città e ville sui laghi e ville sui mari dove vive la gente che comanda che dichiara le guerre e fabbrica le macchine nere e d’argento che fan piovere il fuoco dalle impassibili nuvole rosa. Quaranta morti al mio paese: milioni di scheletri camminano nel sangue e nel fango della terra con bianche supplichevoli bandiere, ma oggi nel mio cuore ci siete solo voi.

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