Fernando Santi: interventi scritti

Primi tempi a Milano

Dovevo trovare un lavoro regolare e subito, e non era facile in quell’anno 1928 a Milano. Del resto non sapevo far nulla di preciso; ero stato contabile di cooperative, segretario di Camera del Lavoro e funzionario del Partito. Per di più ero, naturalmente, sul libro nero della Questura. Abitavo allora in una vecchia casa di Piazza del Carmine, a camera mobiliata con uso di cucina a 250 lire al mese. La padrona, sorda e analfabeta, affittava tre o quattro stanze ai coristi delle compagnie di operette ed ai macchinisti della prosa. Per me, che non ero dell’Arte, aveva fatto un’eccezione e lo sconto di 20 lire al mese perché tenevo il registro degli arrivi e delle partenze e scrivevo lettere minacciose agli artisti che se ne andavano senza pagare.  La camera era piccola, infelice: un letto matrimoniale in ferro, un armadio dove stavano panni stoviglie e provvigioni e un piccolo tavolo sul quale era così scomodo mangiare che mia moglie finiva spesso coll’apparecchiare sul letto. Un cesso scomodo, senza bagno, doveva servire per una decina di persone. La camera dava sui tetti, in cima ad otto rami di scale.
Fernando SantiUn giorno, ansimando, vi salì Filippo Turati tra lo stupore rispettoso del figlio della padrona, baritono di operette ed orologiaio nei tempi senza scritture, e la curiosità dei casigliani che spiavano prudenti dagli usci socchiusi. Turati si era preso tutto quell’incomodo per portarmi un dono prezioso: una copia, con dedica, di un volumetto in memoria di Anna Kuliscioff. La compagna di Turati era morta nel dicembre 1925 ed i suoi funerali furono l’ultima manifestazione socialista di Milano. Nel piazzale del Cimitero Monumentale, gremito di gente, parlò Enrico Gonzales, in una atmosfera tesa di emozione e di paure. Come Gonzales ebbe finito, un grido di “viva il socialismo” si levò dalla folla. Era la voce di Nenni. I fascisti frammischiati in mezzo a noi si scatenarono come bestie selvagge. Alla Guarda Medica di via Paolo Sarpi avvicinai per la prima volta Ferruccio Parri, grondante di sangue.

Quella casa era tuttavia un progresso su quella di prima, il retrobottega di una drogheria di Porta Venezia nel quale mi ero alloggiato nell’autunno del ‘25, appena arrivata mia moglie a Milano. Ero andato a sposarla al paese dopo cinque anni che facevamo all’amore. E la casa?, mi aveva chiesto. Be’ la casa così e così, ad ogni modo vedrai. Ci eravamo sposati una domenica d’ottobre, mia moglie mi rimprovera ancora di non ricordare la data precisa. Lo sposalizio fu una cosa spiccia. Ci demmo appuntamento sotto il portico del Municipio e ci sposò il commissario prefettizio, un vecchio funzionario ministeriale con la cimice all’occhiello e l’aria infastidita. Non disse una parola più del necessario e non ci dette nemmeno la mano. Anche il “pranzo di nozze” nella cucina a pian terreno del casamento dove abitavo, sullo stradone per Golese, fu cosa alla svelta. Un gruppo di fascisti sostava in cima allo stradone, per i campi e per gli orti raggiunsi mia moglie in stazione e la sera stessa eravamo a Milano, dopo tre ore di accelerato, in una terza fumosa piena di soldati che venivano dalla licenza. Anch’io Luciano Lama, Fernando Santi e Mario Didò, Lipsia 1962. avevo un poco bevuto e dopo Piacenza mi addormentai sulle ginocchia di Maria che iniziò quella sera la sua vita di moglie in quel retrobottega. Credo fosse felice.
Piazza del Carmine, che venne un anno dopo, era un progresso, dico, su Porta Venezia. Anche perché i rapporti con la drogheria, stretti come eravamo in poco spazio ed alle prese con l’unico fornello a gas per cucinare, non erano sempre eccellenti. La padrona che era divisa dal marito e viveva con la vecchia madre, aveva per altro il vantaggio di essere antifascista. Credo lo fosse per la molta affezione che portava ad un nostro compagno giornalista, il povero Guido, allora trasferito all’Avanti! di Roma. Nobile movente, comunque. Ricordo che da Roma il nostro compagno le inviava regolarmente un periodico di studi politici e religiosi, che la droghiera leggeva con ammirabile impegno, a mia grande vergogna, ché io non riuscivo ad andare in fondo a quelle lunghissime prose.

 

Il giornale di grande formato, stampato su carta lucida, si chiamava Conscientia, se scrivo giusto, e lo dirigeva il professor Gangale. Il nostro compagno vi scriveva belli e difficili articoli essendosi messo in mente anche lui, come il direttore protestante, che la mancata rivoluzione religiosa era, del fascismo, una delle cause non ultime se non la preminente. Pensando ai braccianti della mia provincia, in fondo buoni cristiani e buoni cattolici, picchiati a sangue dai cattolicissimi agrari, confesso che a me la cosa persuadeva assai poco.

 

Quella della casa restava la pena maggiore di mia moglie. Non ci arriverò mai ad avere un abbaino tutto per noi! Per i poveri non c’è proprio fortuna. Lo diceva rassegnata, senza ombra di rimprovero. Io invece ero ottimista. Infatti, dopo poco più di tre anni, trovammo casa, una vera casa. Non era un abbaino, era un mezzanino basso, senza luce, col gabinetto in fondo al cortile. A scoprirlo, dopo lunghe e infelici speranze per una portineria di Corso Sempione, mi era stato di aiuto il prete del Carmine che mi aveva raccomandato all’amministratore dello stabile, uomo di molta religione. Ma si figuri, mi aveva detto, sono ben contento di avere un giovane come lei nella nostra parrocchia.

 

La nuova abitazione era in una viuzza centrale, stretta fra vecchie case, poco illuminata. La sera, verso le dieci, prendevano possesso di quel breve tratto d’asfalto alcune donne di varia età e di varia bellezza. Signori attempati passeggiavano adagio, accendevano la sigaretta ogni tre passi, e sostavano incantati a vecchi manifesti del Campari. Le prime sere, se rincasavo tardi, qualcuna di quelle donne si avvicinava a farmi sommesse profferte. Poi presero a conoscermi e mi davano soltanto la buona notte, semplice e cordiale. Dalla camera da letto mia moglie ed io udivamo, fin verso le due, il battere incessante dei loro tacchi sul marciapiedi.

 

Maria era contenta e cominciava a pensare al primo figlio. Ma, allora ero già viaggiatore. Viaggiavo in saponette e profumi bon marché. Con la casa avevamo preso anche i mobili, mobili nostri, dagli A.A. Artigiani Associati Cantù, cucina, cameraletto, salle à manger, sei sedie ricoperte in pelle; tremiladue a rate. Sì, pagavamo un tanto al mese e ci pareva che non finisse più. Comperammo più tardi anche un’ottomana da mettere in salle à manger per farci dormire la nonna che intanto era venuta a stare con noi. Un’ottomana Novaresi, dodici rate mensili da cinquanta lire, con riservato dominio. La ditta Novaresi, dopo una lunga seduta con la mia portinaia, mi fece firmare dodici cambiali.

 

Quella nuda povertà era cosa per me naturale. Mio padre l’aveva ereditata da suo padre, e suo padre dal padre di suo padre. Di mia madre non dico. I suoi erano braccianti della bassa verso il Po, gialli di secolare polenta sotto la scorza nera dell’aria e del sole. Fin da bambina aveva preso ad andare per i campi, quando l’estate chiama tutte le braccia, o a spigolare grano o in cerca di radicchio selvatico per la cena. Le lunghe serate le passava al telaio, un telaio di legno sul quale tesseva ruvida tela. Fu quella l’unica cosa che portò mia madre in dote. L’inverno andava in città e fu lì che conobbe mio padre ferroviere. Si vollero bene così presto e così sicuramente che quando nacque mia sorella non avevano ancora fatto in tempo ad andare in Municipio a levare le carte del matrimonio.

 

Ci deve essere ancora, in via Farini, la vecchia farmacia del dottor Guidorossi presso la famiglia del quale la servetta campagnola per tanti inverni lavò panni, spazzò pavimenti e mise a dormire signorini. Negli anni della mia adolescenza, quando andavo alla ricerca della memoria di mia madre, più di una volta mi sorpresi a passare davanti a quella farmacia. Confusi sentimenti di pietà e fierezza nascevano in me.   Mia madre morì che avevo quattro anni e direttamente di lei nulla rimase nella mia mente, salvo il ricordo di un letto dove giaceva quasi senza più vita, con un figliolino appena nato al fianco che la seguì nella cassa, anima innocente. Dal domandarne a mio padre mi trattenne sempre quasi un sentimento di pudore insieme alla paura che il mio parlare gli rinnovasse la pena o gli paresse rimprovero quando, qualche anno dopo ci portò in casa una madre nuova. Della sua dolce bellezza contadina, della sua breve felicità di sposa e di madre, seppi più tardi dai discorsi delle vicine. La mia non fu un’infanzia troppo felice.

 

Al tempo di cui scrivo, ai primi tempi di Milano voglio dire, mio padre era stato mandato a casa dalla Ferrovia, mio fratello era disoccupato e mia sorella, con due gemelli appena avuti, andava alla fabbrica della latta, otto ore al giorno per otto lire. Mio cognato, che faceva il fabbro, quando lavorava non ne guadagnava di più. A me il Partito, ero Segretario per Milano del Partito Socialista Unitario, dava, credo, un seicento lire al mese. Trecento li passavo alla drogheria per il retrobottega. Pure mai ebbi a dolermi di quello stato, salvo un paio di volte per il gran pianto innocente che mia moglie ne fece.

 

Tutti i miei amici erano compagni e i più poveri erano i più riguardosi. Un giorno capitò nel retrobottega il vecchio Morgari per parlarmi di cose di partito, gli ultimi lembi del quale ci sforzavamo di tenere insieme. Gli proposi di fermarsi a desinare con me; sei matto, mi rispose, con quello che costa la roba oggi. Eravamo, credo nel ‘26. Nulla di speciale, insistetti, un piatto di pastasciutta, e niente di più. Ma un piatto di pastasciutta sarà sempre un paio di franchi, ribatté Morgari, l’on. Oddino Morgari, deputato per non so quante legislature, fondatore di quotidiani e giramondo se ve n’era uno. Finì con l’accettare quell’unico piatto, lo trovò squisito, lodò la signora Maria, parlò del suo viaggio in Giappone, della geisha che voleva portare in Italia, del ‘98, dei fischi dello zar e di altre cose.

 

Faceva caldo e si era tolto il solino di celluloide. Finito che ebbe di mangiare e di parlare, levò dal taschino del gilè una gomma da scolaro, cancellò accuratamente ogni traccia di sudore, ringraziò e ripartì. Devo andare, ho fretta, disse. Doveva andare per il mondo molti anni ancora.
Solo un paio di volte, dico ebbi a rammaricarmi della mia condizione. Per sposare Maria mi ero fatto prestare cinquecento lire da un amico e compagno di Torino. A Torino ero andato dopo Matteotti, a dirigere il Segretariato Confederale, che la Confederazione del Lavoro aveva impiantato in quattro stanze di via Botero, quando il fascismo bruciò ed il prefetto disciolse quella Camera del Lavoro. Fu allora che conobbi Piccioni. fiero popolare,, il Roveda segretario, se ben ricordo, dei lavoratori in legno, tutto eccitato per il suo viaggio in Russia e, fra i tanti altri, il Rapelli che dirigeva i sindacati bianchi. Con lui realizzammo, cosa assai rara quei tempi, l’unità d’azione sindacale conducendo assieme, con assemblee comuni, una difficile agitazione dei tranvieri.

 

A Torino, nel Partito, c’era anche Saragat, funzionario della Banca Commerciale. Era venuto al Partito mentre molti se ne andavano, parlava e scriveva già bene e leggeva molti libri che noi non leggevamo. Ci dava grandi speranze, allora. Con lui mi capitò una sera di essere arrestato con un singolare personaggio di nome Gennaro Abbatemaggio, l’avventuroso protagonista del processo Cuocolo.   Abbatemaggio, pregiudicato ma patriota, durante la guerra era diventato una specie di eroe nazionale ed aveva bazzicato col primo fascismo. Veniva a Torino dalla Francia a spacciare, erano i tempi clamorosi dell’assassinio di Matteotti, non so quali rivelazioni su De Bono quadrunviro. Nelle guardine di Piazza San Carlo si comportò con altera dignità, da profondo conoscitore di codici e regolamenti. Pareva che la polizia volesse montare qualcosa attorno a quell’incontro occasionale, ma Abbatemaggio ci assicurò che non ci stava basa giuridica. Quando venimmo rilasciati l’illustre pregiudicato mi offerse paternamente (avevo allora poco più di venti anni) l’illimitata protezione della camorra napoletana. Ho letto, non so dove, che vive ancora, in qualche basso di Napoli, quasi cieco e solitario, e che si è dato ad intense pratiche di religione. Non mi meraviglierei che capitasse in mezzo a qualche miracolo, dato il suo naturale ingegno e la gran bontà della provvidenza divina.

 

Qualche anno fa mi scrisse alla Camera una lettera il cui solo indirizzo era un piccolo capolavoro spagnolesco: a Sua Eccellenza Illustrissima Onorevole … Onorato Presidente della Confindustria dei Lavoratori.  Il mio compagno di Torino era assai benestante e nel darmi quei soldi mi aveva avvertito che l’ultimo pensiero che dovevo avere era quello della loro restituzione. Non erano trascorsi quindici giorni che mi ero sposato che, tornando una sera a casa, mia moglie mi porse una lettera. Senza dire parola, gli occhi rossi di lacrime. La busta recava l’intestazione di un tabarin di Torino, il Maffei, ricordo ancora bene. Era l’amico che mi chiedeva impensatamente la restituzione dei soldi e Maria pensava si trattasse invece di una mia relazione con qualche ballerina o che so io, le donne innamorate ritenendo i loro uomini capaci delle più mirabili imprese. Da quel dubbio, quel suo pianto lungo un pomeriggio nel freddo retrobottega. Era tanta in me la vergogna nel confessarle, più che il debito, l’amicizia tradita, che la lasciai nel suo dubbio senza ragione. Solo più tardi le dissi ogni cosa.

 

Il secondo caso fu quello del vestito e accadde poco dopo. Mia nonna - era la madre di mia moglie ma da noi la suocera si chiama col nome di nonna - mi aveva regalato per lo sposalizio un taglio d’abito. Vedova e custode d’un teatro, chissà quali sacrifici le era costato, la poveretta. A Milano non conoscevo sarti che me lo potessero fare a credito, impossibilitato come ero a pagare tutto in una volta.  Fu vera fortuna, tra i compagni di partito, scoprirne uno, sarto di professione. Era un brav’uomo e due erano le sue confessate ambizioni: tornare vincitore al proprio paese della bassa Lodigiana, dove era stato eletto assessore e da dove era scappato per le angherie dei fascisti, e vestire Felice Ferri che allora passava per il più elegante dei socialisti milanese. Gli chiesi se poteva farmi l’abito e il prezzo - centocinquanta lire per te - e se glielo potevo pagare in tre mesi, a cinquanta lire per volta. Si dichiarò d’accordo e mi prese senz’altro le misure che tradusse in una lunghissima fila di numeri, cosa piuttosto complicata per me abituato come ero al mio sarto campagnolo, semplice ed approssimativo.   Domani ti mando a prendere la stoffa, mi congedò l’assessore sarto; poi ti avvertirò per le prove. Non mandò a ritirare la stoffa, né l’indomani né mai. Mi mandò invece un biglietto nel quale mi avvertiva che non poteva farmi l’abito se non glielo pagavo alla consegna. Anche quella volta Maria pianse.   Non sono mai riuscito a rendermi giusta ragione di come quei due compagni si fossero comportati così con un compagno, pur tenendo conto del timore di perdere qualche centinaio di lire. Forse chi è più ricco potrà spiegare queste cose. Ancora oggi, ripensandoci a tanta distanza di tempo, mi viene da dispiacermi per loro. Del torinese provai a pensare a un improvviso impegno d’affari e del compagno sarto mi parve di capire che c’entrava la moglie. Solo più tardi mi rammmentai che era sempre presente quando andavo dal marito per le faccende del Partito e di certe sue occhiate poco benevole per me. Anche all’affare del vestito era presente. Il poverino non doveva avere la vita facile.   Più tardi il problema dei vestiti lo risolsi, per qualche anno, in maniera assai felice. Mio fratello, che per via delle amicizie con l’ambiente artistico di Piazza del Carmine ero riuscito a mettere come aiuto macchinista nella Compagnia di Armando Falconi, venne una sera di corsa a propormi un vero affare, una vera fortuna, disse. Il primo attor giovane della Compagnia, il Tassani, aveva ancora un abito in buono stato da vendere. Voleva sessanta lire. Ad occhio e croce mio fratello stimava mi andasse benissimo e non mi lasciassi pertanto sfuggire l’occasione. Mi andava a pennello, salvo le maniche un po’ corte. Feci l’affare e feci buona conoscenza col Tassani col quale strinsi una specie di patto: gli abiti usati, che egli scartava in ragione di un paio l’anno, li avrei acquistati io, in esclusiva. Il prezzo variava dalle sessanta alle ottanta lire, completi di gilè. Qualche volta mi regalava una cravatta, usata, per soprammercato.

 

Mio fratello che rimase parecchio con la Compagnia, badava discretamente a che l’attore stesse agli accordi. Ad onore del vero il bravo Tassani non venne mai meno alla parola data si che, per qualche anno, io vissi comodamente nei panni di colui che ogni sera appariva, sulle scene italiane, l’immancabile seduttore delle fresche grazie di Paola Borboni, allora nel pieno della sua splendente primavera. Panni buoni, panni di buon taglio che mi andavano a pennello ma colle maniche, ripeto, un po’ troppo corte. Quando a Milano mi feci il mio primo abito nuovo, nuovo sul serio voglio dire, il sarto non riusciva a capire la mia insistenza nel volere le maniche un paio di centimetri più lunghe del normale. Soltanto le scarpe non mi decisi mai a comprarle usate, per quanto le occasioni non mi siano mancate.  La cosa non andava troppo a genio a mio padre che aveva pagato, con un vecchio orologio di metallo marca Roskoff, il primo paltò della mia vita, usato naturalmente, col bavero di velluto. Sei troppo sofisticato, diceva. Ricordati, tuo padre da ragazzo mangiava il pane tre volte l’anno: per Pasqua, Natale e San Donnino. San Donnino era la festa del patrono. Il resto polenta. Si vede bene, concludeva, che la gioventù di oggi è troppo viziata.   Pure ebbi occasione di riflettere su queste parole. Fu un giorno dell’inverno del ‘25, quando cadde su Milano una delle più forti nevicate del secolo. Avevo un solo paio di scarpe, con due grossi buche nelle suole, e dovetti rinunciare ad andare alla Sezione. La notte dopo, altra grossa nevicata. Mia moglie si decise di andarmi a comperare un paio di scarpe nuove, dopo avermi preso le misure con striscie di giornale. Venticinque lire, un piccolo buco nel nostro bilancio.
Oggi considero felici quei miei tempi a Milano, pieni di speranze, di timori, di gioventù. Se ne avrò tempo e voglia scriverò più a lungo di quegli anni lontani, di questa cara città che attraversai spesso nel silenzio della notte per accompagnare Claudio Treves dalla Giustizia di via Kramer alla sua casa di via S. Giovanni al Muro, e degli uomini del socialismo italiano che vi ho conosciuto ed amato.

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