Fernando Santi: interventi scritti

Prime esperienze politiche e sindacali

Sarei felice di poter ricordare, almeno per me stesso, qualcosa delle mie prime esperienze politiche e sindacali. Ma è roba di mezzo secolo fa e ben poco è restato nella mia memoria.   Qualche documento, qualche ritaglio di giornale dovetti bruciarli per sottrarli alle perquisizioni della polizia.
Parma era allora città assai sanguigna, politicamente e sindacalmente. I suoi popolani passavano con naturale facilità dalle discussioni sullo spettacolo del Regio e dalle dispute tra verdiani e wagneriani che continuavano fino alle tre di notte in Piazza Garibaldi, allo sciopero e alle sassate contro i questurini.  Forse fu per questo sangue parmigiano che la nostra città fu il centro dell’anarco-sindacalismo italiano, organizzato nella Unione Sindacale Italiana che si contrapponeva alla moderata Confederazione Italiana del Lavoro di Rinaldo Rigola, diretta dai Socialisti. L’U.S.I. si ispirava alle teorie di Sorel - alimentate in Italia da Enrico Leone, Arturo Labriola e Paolo Orano ed alla bruciante polemica di Hervè, che predicava di buttare la bandiera nazionale nel letamaio e che cadde nella guerra contro i tedeschi, volontario. Sarebbe, ad ogni modo, interessante andare più a fondo delle cose. Il metro di misura tradizionale dell’indagine marxista che fa riferimento alle particolari condizioni economiche e sociali non serve. Le condizioni erano quelle stesse di Reggio Emilia, ad esempio. Bracciantato e spesati nella bassa, mezzadria nella fascia appenninica, artigianato industriale in città.
E perché allora a Parma l’incendiario De Ambris, ed a Reggio il mite evangelico Prampolini?
Il temperamento degli uomini? Ma quello dei parmigiani non era certo più bollente di quello degli uomini di Romagna dove il sindacalismo rivoluzionario non fece mai breccia. Di certo si sa solo che il movimento operaio era nella sua infanzia e che - come oggi - si era diviso tra gradualisti e rivoluzionari, che non volevano aspettare, che tutto negavano della società non credendo alla sua trasformazione democratica, né al Parlamento. Per Parma viene fino da pensare che giocasse un certo ruolo il fatto che era stata capitale del Ducato, abituata ad essere diversa, a ritenersi più avanzata delle altre città emiliane. Una supposizione soltanto. Il resto è compito dei sociologi e degli storici. Indubbiamente un fattore fu determinante: quello dei dirigenti, dei capi, il loro linguaggio, il loro attivismo. Il linguaggio dei sindacalisti era semplice e suggestivo. Noi o loro, e subito. La democrazia è bella, ma difficile (…).   In Parma città i socialisti erano assai pochi, una trentina in tutto (…). Solo dopo la guerra i socialisti ripresero quota, si ingrossarono politicamente e sindacalmente e portarono la Camera Confederale del Lavoro in città, in borgo Imbriani.   Particolarmente prima della guerra, la polemica tra socialisti e sindacalisti veniva condotta all’ultimo sangue nei comizi e sulla stampa settimanale.

 

I socialisti avevano L’Idea, i sindacalisti rivoluzionari L’Internazionale.  Alceste De Ambris era il “leader” dei sindacalisti, autentico capopopolo, oratore affascinante, idolatrato da Parma operaia e contadina. E dalle donne.  Dopo il famoso sciopero del 1908 era scappato in Svizzera da dove doveva tornare nel 1913, eletto deputato. Fu accolto alla stazione da una folla delirante, i cavalli vennero staccati dalla carrozza che, trascinata da focosi seguaci, condusse De Ambris in trionfo, come i grandi cantanti del Regio di una volta, al comizio in Piazza Garibaldi.   Si diceva, e pare la cosa fosse vera, che si fosse allontanato da Parma, perseguitato da un mandato di cattura, in u cassone di quelli che usavano per far ghiaia al torrente, sotto un mucchio di fieno.  Ma anche dopo la guerra la polemica tra socialisti e sindacalisti continuò, finendo solo all’avvento del fascismo nel quale finirono molti Santi a Modena. Manifestazione per la giusta causa. Anni Cinquanta

 

sindacalisti. Alla divisione politico-sindacale si era aggiunto il fatto che i socialisti avevano assunto nei confronti della guerra una posizione neutrale: “Né aderire, né sabotare”. I sindacalisti erano “per la guerra rivoluzionaria” in gran parte, ed in gran parte la fecero.   In questo ambiente infuocato io presi a militare, nel 1917, nelle file socialiste. Finite le scuole mi iscrissi agli adulti, perché la guerra aveva portato via tutti i giovani socialisti, e fecero tutti il loro dovere benché contrari al conflitto, come l’avv. Savoni, allora maestro, andato a combattere negli alpini.  Ma qualche mese dopo si costituì, in una stalla vicino a casa mia, al Cornocchio, il Circolo Giovanile Socialista. Feci fatica a mettere insieme il numero “legale” che era di dieci, ma alla fine, con l’aiuto dei miei cugini, vi riuscii. Intanto, non avevo ancora quindici anni, lavoravo alla Federazione delle Cooperative, in via Cairoli. Ma come gli altri mi occupavo un po’ di tutto. Allora partito, cooperazione e sindacato erano un pasticcio solo.  Durante la guerra L’Idea aveva sospeso le pubblicazioni. Per iniziativa di Giovanni Faraboli la sostituì un periodico quindicinale Per la Vita. Mi interessavo un po’ del giornale, sul quale apparve un giorno un mio articolo, imbiancato da larghi tagli della censura.  Quel numero lo covai con gli occhi, finché il proto, a tarda sera, mi porse la prima copia umida di inchiostro. Confesso che lessi e rilessi il mio primo articolo - di fondo - non so quante volte.

 

È da allora che mi piace l’odore della carta stampata. Ho detto della polemica continua tra socialisti e e sindacalisti, anche dopo la guerra. Ricordo un contraddittorio con il caro Umberto Pagani, a Lesignano credo, durato 4 ore …   Una coda spassosa di quelle annose polemiche: un giorno, non so bene se nel ‘20 o nel ‘21. Parma apparve tappezzata di manifesti che annunciavano l’uscita di un quotidiano democratico Il Piccolo, direttore Tullio Masotti. La notte i giovani socialisti incollarono sul manifesto una striscia: “chi paga?”. Il giorno dopo apparve puntualmente, sotto quell’interrogativo, la striscia di esauriente risposta: “to sorela!” Non era, quello, un saggio di polemica politica ad alto livello, ma tutta Parma scoppiò in una fragorosa risata.   Malgrado le nostre differenze e le nostre insinuazioni Masotti tenne fede all’impegno democratico del suo giornale, tanto che nel ‘25 o nel ‘26 la tipografia fu incendiata dai fascisti ed il giornale cessò di vivere. Io vi lavorai nel 1924, mediocre cronista di nera, sotto Lavagetto che vi teneva in cronaca un elzeviro “dal campanile” firmato Arol. Masotti mi aveva preso quando non sapevo dove sbattere la testa e mi tenne anche quando i fascisti cercarono di farmi fuori con qualche colpo di rivoltella sotto il cavalcavia del Cornocchio, a 30 metri da casa mia, una notte.

 

Frattanto nel ‘20, ero passato alla Camera del Lavoro. Tempi tempestosi, la vita aumentava, i contratti nazionali erano poca cosa ancora da venire, ogni categoria si arrangiava come poteva.  C’era do costituire le leghe, da rivendicare, da scioperare, c’erano soprattutto i disoccupati.
Un giorno organizzammo una grande protesta di disoccupati, con un corteo che partendo da via Imbriani doveva raggiungere la Prefettura per chiedere lavoro. Il corteo, disordinato e numeroso, sfilò per le vie della città con i tradizionali cartelli “Pane e Lavoro”, ed al suo approssimarsi i bottegai tiravano giù le serrande in segno di solidarietà, dicevano, in realtà per paura delle loro vetrine e delle loro mercanzie.
Io ero alla testa del corteo, ma più che capeggiarlo dovevo avere l’aria di esserne sospinto. Con una delegazione di manifestanti salii dal Prefetto. Lo confesso: quel palazzo, quegli scaloni, quelle sale dorate mi fecero soggezione. Inoltre era la prima volta, ed ero quasi un ragazzo, che parlava con un Prefetto, a tu per tu.   Il mio imbarazzo doveva essere evidente. Allora ai Prefetti si dava dell’eccellenza, credo perfino di averlo chiamato eminenza.   Il prefetto, da persona assai navigata, parlò quasi sempre lui. Avevamo ragione, perbacco, tutti hanno diritto di lavorare, di guadagnarsi da vivere. Ci sono dei reduci tra voi? Tre o quattro mani si alzarono: Passo Buole, Sabotino, Montenero precisarono.
Fernando Santi Prime esperienze sindacaliSpecialmente voi, dopo tanti sacrifici, proclamò il prefetto con patriottico slancio, ma anche gli altri. Tutti, dico tutti. State tranquilli che si farà il possibile e l’impossibile. Ma mi raccomando una cosa: ordine e tranquillità, la confusione non aiuta nessuno. Ho fatto stare in caserma la Guardia Regia, aggiunse in tono confidenziale ed ammonitore nello stesso tempo, ma quei ragazzi sono in piedi dalle prime ore di stamattina. Sono stanchi anche loro, e la stanchezza innervosisce, come voi del resto. Vi assicuro, concluse ergendosi solennemente in tutta la persona, che stasera farò un rapporto ben preciso a Roma per sollecitare il pressante intervento delle autorità di governo.   Quel fiume di parole mi aveva inondato di dubbi. Quando mi affaccia al balcone per annunciare ai manifestanti raccolti nei giardinetti della Prefettura i risultati dell’incontro, furono più i fischi che gli applausi. Evidentemente , per antica esperienza, quei lavoratori erano meno ingenui di me in fatto di presenti interventi delle autorità di governo. Finii per convincerli del tutto che il signor prefetto, eccellenza o eminenza che fosse, mi aveva bellamente messo nel sacco.  Un’altra agitazione che ricordo fu quella dei calzolai, una categoria assai forte allora. Lo sciopero durò molti giorni e si concluse con un buon risultato. Per festeggiare il successo dello sciopero ci prese l’idea di proclamare lo sciopero generale cittadino per accompagnare i festanti e con bandiere rosse i calzolai alla loro pagine.  Vice segretario della C.d.L. ero nello stesso tempo - nel 1920 - dirigente della Federazione provinciale giovanile. I giovani erano molto attivi. Tutte le domeniche si andava in provincia, in bicicletta, l’auto essendo un mezzo sconosciuto per il Partito allora. Tenevamo discorsi infiammati sulla Rivoluzione Russa, su Lenin e Trotzky che erano la nostra passione e sui Soviet che presto, era questione di mesi, avremmo fatto anche qui da noi. Lo sport era combattuto come “trappola borghese”.
Nel frattempo inauguravamo bandiere rosse, bellissime e distribuivamo L’Avanguardia che veniva da Roma. Dopo il comizio nel pomeriggio ci si fermava a ballare nel salone della Cooperativa. Le ragazze ballavano volentieri “con quello del discorso”. Avevo 18 anni e la cravatta nera (…).
Non dimenticherò mai quelle ragazze e quei balli nelle calde sere estive nelle terre vicine al Po. Ogni domenica tenevo un discorso. Oggi, quando devo parlare in pubblico, non riesco a dominare del tutto una segreta apprensione. È quello che gli attori chiamano il trac. Ma allora, a quell’età, le cose erano diverse. Si saltava su un tavolo e si parlava senza un appunto, il microfono ancora da inventare. La mia sola preoccupazione, nei primi tempi, era quello di riuscire a smettere.  Il mio primo comizio, infatti era stato un disastro. Avevo perso la nozione del tempo e non riuscivo a chiudere. Intravedevo, come in una nebbia, il mio scarso pubblico di diffidenti … scomparire poco a poco. Anche il prete, che sul sagrato aveva continuato ad insolentirmi per un bel pezzo, si era stancato e si era ritirato in canonica a desinare. Finalmente, approfittando di un pausa per il bere un po’ d’acqua, i due “ciclisti rossi” che mi accompagnavano mi afferrarono per le gambe trascinandomi giù dal tavolo.   Avevo parlato quasi tre ore. Nella piazzetta battuta dal sole non c’era più un cane, all’infuori dell’oratore, incosciente e fiero e i miei due compagni che, affamati, bestemmiavano come turchi arrotolando la bandiera.

 

Nei giovani, salvo a Parma, la tendenza comunista era schiacciante. I circoli giovanili invocavano la Rivoluzione e telegrafavano alla direzione del Partito per chiedere l’espulsione di Turati.  Il Congresso della Federazione Nazionale Giovanile di Firenze, del 1921, seguito a breve distanza da quello di Livorno del Partito, fu anch’esso il congresso della scissione. Su molte centinaia di delegati noi della minoranza socialista eravamo non più di una ventina, e la nostra liquidazione fu piuttosto spicciativa. Ci fecero pagare la quota di adesione, ci fecero entrare e dopo un paio d’ore eravamo già messi fuori, socialtraditori.  Un ordine del giorno di adesione al PC e di trasformazione della Federazione Giovanile Socialista in Comunista fu approvato a schiacciante maggioranza. Veramente tentai di parlare per dire le ragioni della minoranza.
Uscimmo, piuttosto storditi, fra due siepi di fischi.   Nello stesso pomeriggio ci riunimmo alla Casa del Popolo di Fiesole per ricostruire la Federazione Socialista. Era con noi il povero Pilati della Direzione del Partito, mutilato e decorato di guerra che i fascisti dovevano poi trucidare nel suo letto accanto alla moglie. È il deputato socialista di Cronache di poveri amanti.  Fui nominato segretario nazionale, la sede della Federazione portata a Parma in uno sgabuzzino di via Imbriani. Arnaldo Gadini, che doveva morire a Torino sotto un bombardamento nell’ultima guerra, ne sarebbe stato segretario amministrativo e la direzione del settimananle che si sarebbe chiamato Gioventù Socialista fu affidata senza interpellarlo ad Antonio Valeri che ora sta a Milano, direttore della Direzione Italiana Pubblicità.   Rientrato a Parma mi misi al lavoro per ricostruire il movimento non senza avere subito un violento e giusto rabbuffo da Alberto Simonini perché, partito da Parma vice-segretario della Camera del Lavoro ne tornavo Segretario della Federazione Giovanile, senza avergli detto nemmeno crepa a lui Simonini, Segretario Camerale.
Lo spazio mi manca per parlare di quella esperienza, in quei tempi difficili di lotta contro il fascismo e di aspre polemiche con i comunisti. Forse ne varrebbe la pena, con la necessaria documentazione, come vorrei dire qualcosa dei miei ricordi dei fatti dell’agosto 1922, della resistenza popolare ai 10 mila di Balbo da parte dell’oltretorrente e di Borgo del Naviglio dove mi trovavo, e dei discorsi di Terzaghi che suggellava la ritirata dei fascisti da Parma ‘Lasciamo ai bolscevichi le loro trincee: sono le trincee della paura”.   Un bell’oratore Michele Terzaghi.
Nel 1922 il Congresso della Federazione Giovanile a Parma, al Regio. Mi attendeva la chiamata alle armi e al mio posto successe Valeri.   Intanto le difficoltà interne ed esterne del movimento socialista si accrescevano. Il fascismo avanzava e fra noi cresceva l’urto fra ‘unitari” e ‘massimalisti”, che sarebbe sfociato nella scissione di Roma.

 

Intanto dopo pochi mesi, era la marcia su Roma, alla quale dovevo assistere, cavaliere di prima classe del 19º Reggimento Cavalleggeri Guide, - quelli con la lancia, la sciabola ed il colbacco - disarmato e consegnato in una caserma di Padova sul Bacchiglione.

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