Fernando Santi: interventi scritti

Il P.C.I., Praga e la nuova sinistra

Stralci dell’intervento apparso in L’Astrolabio, n. 37, 22 settembre 1968

La tragedia di Praga incombe ancora su di noi, la sinistra italiana, e su tutto il movimento operaio italiano e internazionale, tanto più che possiamo prevederne l’infelice epilogo sullo sfondo del quale già campeggia la figura patetica e drammatica di quel grande socialista e patriota che è Alexander Dubcek.
Può’ apparire paradossale per gli osservatori frettolosi, ma, contro i meschini calcoli dei conservatori di ogni tinta e di ogni partito, i fatti di Cecoslovacchia inducono il movimento operaio e socialista a due importanti conferme, decisive per il suo vittorioso avvenire. La conferma dell’esigenza di un più forte impegno di lotta socialista e democratica, valida oggi più di ieri, e quella di un rinnovato impegno internazionalista. I fatti di Praga sono stati uno scossone tremendo che ci ha colpiti nel profondo, facendo venir fuori in ciascuno di noi della sinistra italiana (partiti, movimenti, singoli), quanto vi era ancora allo stato intenzionale, confuso o strumentale, sui problemi della democrazia socialista, sul tipo della società socialista fuori dai modelli precostituiti fin qui additati esemplari, e che oggi rivelano, al fondo, i limiti del loro socialismo, se è vero, come è vero, che il socialismo non si riduce alla collettivizzazione (o statalizzazione) dei mezzi di produzione. Questa è una delle

condizioni, uno strumento, non il fine solo e ultimo di una società socialista cioè una società di uomini liberi. Anche il problema dell’internazionalismo lo possiamo oggi vedere in una più giusta prospettiva, diversa, esaltante, sottratto alle esigenze di Stato dei paesi comunisti o socialisti che siano. Oggi lo spirito internazionalista si manifesta con la solidarietà ai lavoratori cecoslovacchi e non con la “comprensione” verso gli Stati del Patto di Varsavia invasori.
Praga è stata dunque come un fulmine che ci ha spogliato di colpo dei nostri abiti tradizionali, vecchi e logori, di un catechismo consunto, di luoghi comuni e di calcolate doppiezze, per porci nudi davanti a verità intraviste ma mai toccate appieno. Una somma di verità rivoluzionarie che in una luce di tragedia ci indicano la giusta strada e che armano le lotte sociali dei lavoratori di una forza gigantesca e invincibile. E incominciato, insomma, il processo, e se ne stanno creando le condizioni, di rinnovamento della sinistra italiana, con prospettive unitarie, anche se questo processo sarà lungo, probabilmente subirà battute di arresto o addirittura segnerà nel suo corso provvisori passi indietro. Ma la strada è aperta. Anche se ci saranno taluni prezzi da pagare. La posta è tale che nulla cosa dovrà disarmarci. È in gioco infatti la conquista del socialismo nei paesi capitalistici e il suo profondo rinnovamento - vorrei dire la sua riconquista attraverso riforme rivoluzionarie - nei paesi comunisti. Un socialismo umano, liberato dalla maschera deformante delle interpretazioni degenerate del marxismo e dello stesso leninismo. Un socialismo a misura dell’uomo. Non fu Marx del resto a dire che l’uomo è la più alta creatura per l’uomo, donde l’imperativo categorico di distruggere i rapporti sociali che fanno dell’uomo una creatura oppressa, umiliata, offesa?
Protagonista fra i più importanti di questo processo di rinnovamento del movimento socialista italiano e della costruzione di una nuova sinistra, che liberi il Prometeo proletario non solo dalle catene dello sfruttamento capitalistico, ma anche da ogni concezione dogmatica e conservatrice e dalle illusioni del riformismo spicciolo, è e deve essere il Partito comunista. Per la sua forza, per lo spirito combattivo dei suoi militanti, per le sue conquiste e per i suoi peccati, è al Pci che vanno di diritto gli oneri maggiori. Questo senza sottacere altri validi contributi, tra i quali mi permetto annoverare quello della sinistra del Psu e degli amici di Parri. […]
Per portare avanti il nuovo corso, il Pci ha aperto un ampio, democratico dibattito nelle sue migliaia di sezioni. In parole povere ha dato vita ad una lotta politica, educativa, formativa, raccogliendo la polemica dei conservatori, che propongono l’interrogativo: per cinquant’anni ci avete detto che l’Urss era la patria del socialismo; come mai può sbagliare? Una risposta persuasiva richiede una convinzione profonda nel nuovo corso, uno sforzo politico notevole, uno scavare nelle cose e in se stessi, un discorso nuovo, diverso, coraggioso, che batta in breccia luoghi comuni e vecchie concezioni, come mi pare faccia Ingrao, nel suo articolo su Rinascita. Per il presidente dei deputati comunisti, la democrazia non solo deve servire per andare al potere, ma per l’esercizio del potere. “Anzi, serve ancora più dopo la presa del potere”, ribadisce Ingrao.
L’intervista di Longo all’Astrolabio è un grande contributo al nuovo corso comunista. Fra le tante, ha detto una cosa che mi pare meriti di essere ancora richiamata: “Ma penso anche che i paesi socialisti, proprio per il punto di sviluppo cui sono giunti, per i problemi nuovi posti da questo sviluppo e della tecnica e delle scienze moderne, e per il peso stesso che ha assunto il momento nazionale di ogni paese nel processo di costruzione socialista, non possono eludere l’esigenza di affrontare, nei modi adeguati alle differenti condizioni e in piena autonomia, i problemi di una appropriata e profonda democratizzazione dei rispettivi ordinamenti economici, politici, sociali e culturali”. Considerazioni analoghe e più modeste ebbi a fare in un articolo pubblicato da La Sinistra due anni fa. Sostenevo che il Pci non poteva essere credibile quando assicurava agli operai di Milano e di Torino (esemplificavo) il godimento pieno dei loro diritti democratici e sindacali nella società socialista e nello stesso tempo giustificava la mancanza di tali diritti in Urss, “quando Mosca assomiglia oggi sempre più a Milano e Leningrado a Torino”. Le affermazioni di Longo sono, sia pure in forma indiretta, una coraggiosa critica agli ordinamenti politici, economici, sociali e culturali dei paesi ad alto sviluppo industriale come l’Urss. Per quanto ci sia da domandarsi se un’attiva partecipazione democratica delle masse allo sviluppo fin dall’inizio non l’avrebbe accelerato, con un minore costo umano.
Comunque le affermazioni di Longo sono molto importanti, e denotano una concezione nuova della pratica dell’internazionalismo. Perché esso non può limitarsi a generiche solidarietà, ma anche a confronti e giudizi, anche critici, che il movimento di un determinato paese può pronunciare nei confronti di un altro. A condizione che vi sia piena obiettività e reciprocità di informazione. Non accada cioè, come oggi, che la stampa dei paesi del Patto di Varsavia scateni una intollerabile campagna di denigrazione e di falsità nei confronti della Cecoslovacchia, senza che gli accusati possano rispondere e tanto meno azzardarsi a giudicare la situazione interna di quei paesi, e senza che i lavoratori sovietici, polacchi ecc., siano obiettivamente informati delle posizioni dell’altra parte. Così le manifestazioni di consenso all’occupazione sono prese alla cieca, su relazioni puramente unilaterali. Il che prova che i lavoratori dei cinque paesi sono considerati letteralmente degli infanti da intrattenere con il racconto di favole inventate.
Un altro punto che in Longo è chiarissimo e quello del rispetto della sovranità nazionale dei paesi inclusi in qualsiasi sistema, anche quello socialista. Io affermo che se anche il socialismo fosse stato in pericolo in Cecoslovacchia, l’intervento dell’Urss non è giustificabile. Solo se il regime cecoslovacco fosse stato in pericolo per attacchi armati esterni di altri paesi, l’alleato sovietico aveva il diritto e il dovere di intervenire. Ma se il socialismo ceco fosse stato in pericolo, dato che i più calorosi sostenitori di Dubcek erano e sono le masse giovanili, se ne dovrebbe amaramente concludere che il sistema socialista si era rivelato il più grande fabbricante di anticomunisti.
Piuttosto, a proposito della sovranità nazionale dei paesi socialisti c’è da preoccuparsi per la recente tesi polacca di Tribuna Ludu e cioè che tale sovranità vada intesa nell’ambito, cioè condizionata, della più ampia sovranità del sistema degli Stati socialisti. C’è da domandarsi se l’Urss intenda teorizzare in senso generale il fatto cecoslovacco, proponendosi di arrivare a una Confederazione di Stati socialisti imposta dall’alto, nella quale la “sovranità generale” sarebbe rappresentata dalla volontà dello Stato più forte, cioè dall’Urss, con la fine sostanziale di quella di altri singoli Stati.

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