Fernando Santi: interventi scritti
Il cammino verso l’unità sindacale
Intervento alla tavola rotonda promossa dalla presidenza delle A.c.l.i., Roma, 16 marzo 1966, pubblicato in Quaderni di azione sociale, n. 1, 1966.
Vi prego di non mettermi in imbarazzo con i vostri applausi perché dovrei già esserlo per il fatto che qui, in un certo modo e in un certo senso, si fa un po’ il processo all’idea e alla prospettiva del sindacato socialista. Tuttavia non mi trovo in imbarazzo, perché, come socialista - appunto perché socialista - sono contrario al sindacato socialista. Non è una posizione che deriva dalla mia particolare collocazione nel Psi in questo momento. In questi giorni, riordinando alcune carte ammucchiate lungo il corso della mia attività nella Cgil, mi è caduta sotto gli occhi un’intervista che rilasciai nel settembre del 1956 a Clicca per ingrandire l’immagineun settimanale politico. Alla prima domanda rispondevo che io, socialista, ero contrario al sindacato comunista, al sindacato democristiano, o sindacato cattolico, al sindacato repubblicano e via di questo passo. Il sindacato di colore, il sindacato di partito è un sindacato ideologico; per sua natura è sindacato scissionista perché non può che interessare, raggiungere e influenzare quei lavoratori che accettano quella determinata ideologia. Io vi confesso che avevo e ho queste opinioni perché penso - e pensavo di più allora - che l’unificazione socialista, se vuol essere un fatto positivo, deve rappresentare un elemento di unità e non portare o ad ulteriori divisioni del movimento sindacale o comunque alla cristallizzazione delle divisioni esistenti. Ognuno - è naturale - si innamora della propria creatura, e si creano così degli interessi anche legittimi che costituiscono un freno nell’affrontare il reale problema dell’unità sindacale dei lavoratori. Io penso che dobbiamo considerare il problema dell’unità sindacale come non originato, almeno in questo momento, delle conseguenze prevedibili in campo sindacale dell’unificazione socialista. Se così fosse, volendo essere cattivo (il mio è un partito democratico e consente queste piccole cose) potrei dire che in questo caso non tutto il male viene per nuocere.
In realtà non è da oggi e non è da quando si è annunciata come probabile l’unificazione socialista che si parla dell’unità sindacale. La congiuntura che abbiamo attraversato, e che attraversiamo tuttora, ha posto dei problemi che hanno indotto i lavoratori delle diverse organizzazioni a concludere: da soli non ce la facciamo. E l’unità d’azione stessa, che pure è una cosa preziosissima, e che è entrata quasi nella pratica quotidiana, non è elemento sufficiente di tranquillità, di spinta per i lavoratori a causa del suo stesso carattere provvisorio, fragile, che viene posto in discussione ogni volta, per ogni obiettivo e per ogni momento. Io penso che c’è questa reale esigenza, oggi, nel mondo del lavoro: di tendere a rifare nel nostro paese l’unità sindacale; e quella “quarta confederazione” di cui parlava il professor Giugni che cosa rappresenta, in definitiva, se non un giudizio severo che i lavoratori danno dell’attuale stato delle cose in campo sindacale?
Il tesseramento alle varie centrali sindacali non segna certamente degli indici estremamente favorevoli. Dobbiamo tenere conto di questo e dobbiamo tenere conto di un altro fatto: che oggi nelle fabbriche, la maggioranza dei lavoratori è costituita da lavoratori che non hanno vissuto la scissione del 1948 e che pertanto non riescono a comprendere e, credo, in sostanza condannino, il linguaggio della distinzione.
Come pensiamo noi di arrivare all’unità? Vi sono delle iniziative in corso a livello confederale. Sono da lodare le proposte, sono altrettanto da lodare le risposte positive che queste proposte hanno avuto. E bene andare avanti su questa strada, ma penso che questo è un elemento che porta in sé condizioni di precarietà e di incertezza. Ritengo che questo lavoro debba essere rafforzato dallo sviluppo dell’unità che deve partire dai luoghi di lavoro dove la condizione operaia si presenta in tutta la sua gravità, dove di fronte al padrone le divisioni politiche o sindacali tendono naturalmente a scomparire. Di questo dobbiamo tener conto e debbono tener conto i sindacalisti dirigenti delle varie organizzazioni.
Galli ha ricordato la mia affermazione che le correnti sindacali fanno parte della storia del movimento sindacale; ed è vero. Noi non dobbiamo mai dimenticare, per misurare anche le difficoltà nelle quali ci troviamo ad operare, che il movimento sindacale in Italia è stato creato dal movimento politico nella sua sostanza, nella sua efficienza e nella sua robustezza. Ci sono stati legami molto stretti, più di quanto non ci siano adesso con i partiti. La Cgil, nel 1919, diretta da non rivoluzionari come D’Aragona e Rinaldo Rigola, aveva un patto di alleanza con il Partito socialista italiano; la stessa Cisl era sorta per iniziativa e sotto l’influenza del movimento cattolico. Però e anche vero che esiste, ed è un elemento estremamente positivo, una esigenza, e anche una pratica, di rinnovamento del movimento sindacale. La si verifica in tutte le varie organizzazioni. Per cui, pur partendo da una certa matrice politica e di partito, oggi il sindacato tende - e io dico: deve tendere sempre di più - alla propria autonomia non solo nei confronti dei padroni e del governo, ma nei confronti dei partiti e, se permettete, questo è un po’ il senso di una certa battaglia non priva di risultati che la corrente socialista ha condotto all’interno della Cgil.
Io penso che posso dichiararmi d’accordo con il professor Giugni su una osservazione fatta circa l’espressione “unità sindacale democratica”, perché oggi, nel linguaggio politico corrente, dire “democratico” ha anche un significato preciso di delimitazione; non abbiamo soltanto le aree fabbricabili, ci sono anche le aree democratiche. Ed è in nome dell’interpretazione restrittiva e particolare dell’aggettivo “democratico” che si sono molte volte inaspriti i rapporti e si sono verificate (anche da parte del padronato un tempo - per fortuna ora no - ma comunque dei pubblici poteri, come si usa dire quando non si vuoi dire apertamente “il governo”) discriminazioni nei confronti di una certa organizzazione. Io penso che il sindacato, per sua natura, è un organismo democratico, prima di tutto per la massa di interessi che rappresenta, per il numero di persone che tutela. È democratico per i fini che si propone: il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori avviando l’intera classe lavoratrice a quei livelli di dignità e di promozione sociale di cui ci ha parlato l’amico Labor.
È democratico nei mezzi, perché opera non come uno strumento eversivo, ma secondo i limiti e nell’ambito della Costituzione. Dobbiamo quindi evitare queste aggettivazioni, o chiarirle, perché altrimenti potremmo cadere in un altro pericolo; non vi è solo il pericolo del sindacato socialista, vi è anche il pericolo del “sindacato di centro-sinistra” il che naturalmente comporta il pericolo del “sindacato di opposizione”. Io sono contrario a entrambe queste linee, a entrambe queste posizioni perché non sono posizioni obiettivamente e sostanzialmente unitarie. Sono dunque per l’autonomia del sindacato il quale deve, naturalmente, nel suo processo di rinnovamento, determinare anche i fini più avanzati della sua azione, che non possono essere di carattere puramente rivendicativo. L’idea di un sindacato che si occupi esclusivamente del contratto di lavoro è stata già dimessa da tutti i sindacati perché assolutamente inadeguata alle responsabilità che ha il sindacato e agli interessi che deve tutelare.
Come arrivare all’unità? Ho già fatto un breve accenno: discutere fra le centrali sindacali, ma soprattutto cercare di raccogliere e di orientare la spinta naturale che, secondo me, viene dal basso. Penso che seguendo queste due linee essi si influenzeranno e si condizioneranno a vicenda. Molte cose dobbiamo fare e possiamo fare sulla strada dell’unità organica. Innanzitutto sviluppare l’unità d’azione, far finire le discriminazioni fra le organizzazioni e nei confronti delle organizzazioni; tutte le organizzazioni dovrebbero essere d’accordo nel respingerle. Foa ha accennato ad altre iniziative. Campagne comuni di proselitismo: in qualche categoria e in qualche periodo si sono fatte; sono iniziative che potrebbero essere riprese e portate avanti con metodo e con insistenza. Liste unitarie nelle commissioni interne; problema del finanziamento. Come concretare queste iniziative? Attraverso comitati d’intesa, di collegamento, incominciando a livello delle differenti categorie per arrivare poi ai vertici confederali. il tema dell’unita mi ha interessato e appassionato sempre, quando ero sindacalista. Potrei dire che mi appassiona ancora di più, oggi che non sono più sulla scena sindacale e sono su quella politica, sia pure nelle file ultime, fra i coristi. Perché? Perché proprio come uomo che si occupa di cose politiche mai ho misurato come in questo momento, in questa situazione, in queste fasi di trasformazione della nostra società, come non sia presente in modo adeguato la grande forza organizzata dei lavoratori di tutti i partiti e dei senza partito. Io non sono ottimista, sono piuttosto pessimista e tale rimango ancora oggi. Se guardo le cose in prospettiva, vedo profilarsi una situazione piuttosto pesante, stagnante, che sente la mancanza di una presenza attiva, come protagonista, di una forza che può essere quella del sindacato unito. Se questa manca, badate, tutto si sfilaccia e tutto si confonde nei partiti e tra i partiti. Corriamo il rischio, nei partiti, di adagiarci sulle situazioni di fatto esistenti, corriamo il rischio, all’interno dei partiti, di veder scomparire quella che si chiama “dialettica democratica”: la tendenza alla costituzione di gruppi di potere dorotei. Non ci sono solo i dorotei democristiani: ci sono i dorotei comunisti, i dorotei socialisti, i dorotei di tutte le specie; il che vuol dire che è lo stesso gruppo che fa le politiche più diverse, anche quelle della minoranza se è il caso, ma lo fa sempre come maggioranza, anche se questa politica è il contrario di quella che aveva fatto fino al giorno prima. Nella nostra vita politica che deve essere profondamente rinnovata, rinfrescata, ripulita, il sindacato unificato dei lavoratori ha un grande ruolo da svolgere, un grande compito da portare avanti: quello di rappresentare in modo diretto, non artificioso, non strumentale da parte di chicchessia, le esigenze di progresso, di promozione dei lavoratori.