Fernando Santi: interventi scritti

I lavoratori e l’unione europea

Intervento al Convegno promosso dagli Amici del “Mondo” sul tema “Che fare per l’Europa” , tenutosi a Roma il 2-3 febbraio 1963

Il mio mestiere è quello del sindacalista ed è come sindacalista che vorrei esprimere alcune personali considerazioni, forse in forma confusa ed anche interrogativa talvolta, che pretendono di essere il mio contributo a questo interessante convegno per il quale va data lode agli Amici del “Mondo”.
Per sollecitare la vostra comprensione, vi dirò che è la prima volta che partecipo ad un convegno europeista. Ciò non vuoi dire naturalmente che non abbia cercato, anche prima di oggi, di riflettere sul problema dell’unità europea. Tuttavia confesso che non sono mai riuscito ad appassionarmi ad esso.
Questo atteggiamento significa senz’altro in chi vi parla ritardi e gravi carenze ed anche errori nel rendersi conto dell’esistenza di un problema che recenti avvenimenti svelano di così alta importanza. Ma significa anche, lasciatemelo dire, l’esistenza di lacune, contraddizioni ed errori nell’orientamento e nell’azione di quanti, per primi, promossero l’idea di una Europa unita economicamente e politicamente e ne attuarono le prime realizzazioni.
E poiché è più facile, ed anche più comodo, parlare degli errori altrui più che dei propri, vorrei dire che l’errore più notevole mi pare quello di aver pensato di poter costruire una Europa unita attraverso intese di vertici, iniziative diplomatiche, decisioni di governi, senza porsi seriamente il problema di come sollecitare l’interessamento e la diretta partecipazione delle masse popolari e lavoratrici, del movimento operaio nel suo insieme, senza di che le grandi cose non si fanno.
Non si tratta qui di un errore di metodo, ma di una errata scelta politica di cui oggi misuriamo talune conseguenze. Porsi il problema della partecipazione attiva, non platonica, formale, delle masse, comportava e comporta stabilire la natura, il contenuto economico sociale politico della costruendo Europa. Si trattava di scegliere e non di mettere nel mucchio.
Fernando Santi e G. Di VittorioErrore a mio avviso, è di aver pensato di poter elevare un edificio col materiale disponibile non sempre omogeneo, per natura, finalità, interessi. Una casa costruita con mattoni vecchi e nuovi ed altro materiale differente difficilmente non avrebbe mostrato crepe preoccupanti, alla prima scossa degollista.
L’errore dunque è di non aver saputo indicare alle masse popolari, il cui peso è crescente in ogni società, quale tipo di Europa si voleva e si vuole. E chiaro, per dirla in termini semplici che le masse popolari possono solo attivamente partecipare alla costruzione di una Europa che rappresenti un passo in avanti della loro condizione nelle rispettive società nazionali, un fattore di libertà, di pace, di progresso sociale.
Anche se sgradevole, non dobbiamo sottacere la verità. Di fronte al problema dell’unità europea le masse lavoratrici, o la più gran parte di esse, sono ancora oggi o indifferenti o diffidenti. E questo non solo in Italia.
Clicca per ingrandire la fotoEppure, in linea di principio almeno, nessuna classe sociale come quella dei lavoratori dovrebbe essere obiettivamente aperta, sensibile all’idea dell’unità europea, proprio sulla base degli ideali internazionalisti che hanno sempre inciso profondamente, tradizionalmente, nell’orientamento e nell’azione di gran parte del movimento operaio italiano.

 

“I confini scellerati - cancelliam dagli emisferi - I nemici, gli stranieri - non son lungi ma son qui…”.
Sono, voi lo sapete, parole di Filippo Turati.
E sono in realtà indifferenti al problema anche quei lavoratori, le organizzazioni politiche e sindacali dei quali hanno formalmente accettato non solo i principi ma anche quelle che sono le forme attuali di europeismo, pur discutibili che siano.
E sono diffidenti quei lavoratori i cui partiti o organizzazioni sindacali hanno assunto posizioni diverse, particolarmente per la Nato, anche se per il Mercato comune ad esempio, tali posizioni non sono mai state, come vengono ancora falsamente presentate, di ostilità al principio della integrazione. Tali posizioni per altro si sono andate ulteriormente chiarendo, per quanto riguarda la massima organizzazione sindacale italiana, la Cgil, in termini che non lasciano dubbi, sull’accettazione, sul riconoscimento della positività del processo di integrazione economica europea e sul fatto che è impensabile, perché dannoso, il ritorno a nazionalismi economici. Questo anche se permangono legittime critiche e riserve sui modi di realizzazione del M.e.c.
Non è il momento questo di insistere sulle cause del sorgere di questo stato d’animo di indifferenza e di diffidenza dei lavoratori. Fanno parte della storia recente. Certo vale la pena di ricordare alcuni elementi di fatto. L’idea di una Europa unita, prese avvio nel momento più caldo della guerra fredda che divise e divide ancora il movimento operaio. Assunse quindi, almeno allora, un certo contenuto ideologico: la stretta relazione instauratasi fra Europa e Nato; un patto militare sia pure proposto in termini difensivi; le antidemocratiche discriminazioni operate per talune istituzioni europee (Comunità economica europea, Parlamento di Strasburgo ecc.) ai danni di una parte del movimento sindacale e politico del nostro paese; la scarsa chiarezza sul contenuto e sulle finalità sociali, economiche e politiche di questa Europa unita.
Bisogna che i generosi animatori dell’Europa abbiano in mente che in Italia vi sono diversi milioni di lavoratori, forse i più impegnati sindacalmente e politicamente, che avanzano questo interrogativo. Europa forza di pace e di progresso, o strumento di difesa dell’ordinamento borghese e conservatore, ordinamento del quale essi non sono soddisfatti e per la democratica trasformazione del quale essi lottano all’interno del loro paese?
A questo interrogativo bisogna dare una risposta onesta e persuasiva.
Perché, a costo di essere noioso, io debbo ribadire la mia persuasione che nulla o ben poco di nuovo o di avanzato si può costruire senza l’appoggio e la consapevole partecipazione delle masse. Questo appoggio e questa partecipazione noi l’avremo se persuaderemo i lavoratori che l’Europa che vogliamo sarà migliore di quella attuale, sarà cioè una Europa senza guerre e che aiuterà i lavoratori nell’appagamento delle loro legittime storiche aspirazioni: la libertà, la giustizia sociale. E se incominceremo a rimuovere gli ostacoli innaturali posti alla partecipazione di tutti i lavoratori agli imperfetti organismi europeisti esistenti, per dare ad essi una struttura e una natura democratica. C’è a Strasburgo una specie di Parlamento europeo. Della rappresentanza italiana fanno parte i monarchici ed i fascisti, ne sono esclusi i socialisti e i comunisti, il 40 per cento del corpo elettorale italiano. Chiedete ai molti milioni di elettori dei due partiti se possono prendere sul serio questa forma di europeismo e la risposta la potete immaginare.
Cosa si è fatto e si intende fare da parte delle forze democratiche italiane per far cessare questo scandalo che scredita di per sé, presso milioni di cittadini, l’idea europeista?
Per la Comunità economica europea la discriminazione riguarda la più forte organizzazione sindacale: la Cgil. La discriminazione è il risultato congiunto delle decisioni del governo italiano - anche di questo governo - e degli organismi comunitari. Non vi è nulla di più antidemocratico e di urtante. Strasburgo può limitarsi a fare dell’europeismo turistico e salottiero. Ma la Comunità prende decisioni che influiscono sulle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori italiani, quindi anche dei lavoratori aderenti alla Cgil. Senza per altro che questi possano far sentire la loro voce.
Le discriminazioni non depongono certo a favore della democraticità di quel tanto di europeismo esistente, nel caso particolare della Cee. Il minimo che si possa dire è che si tratta di un europeismo antidemocratico, che non vuole critici o oppositori nei suoi consessi.
Anche qui devo porre una domanda. Cosa intendono fare le forze democratiche italiane per far cessare questo stato di cose? La domanda la rivolgo anche ai colleghi della Cisl e della Uil. Non è una domanda polemica. È in diretto rapporto al problema della partecipazione delle masse lavoratrici al processo di realizzazione di una Europa unita. Se vogliamo questa unificazione dobbiamo volere la partecipazione delle forze operaie. Non c’è via di scampo; una politica si caratterizza non solo per i suoi obiettivi ma anche per le forze che partecipano alla loro realizzazione. E se vogliamo questa partecipazione delle masse dobbiamo volere un Parlamento di Strasburgo eletto a suffragio europeo, dobbiamo volere l’intervento di tutte le organizzazioni dei lavoratori - non con semplici poteri consultivi ma ben più determinanti di quelli attuali - agli organismi della Cee.
Non sono seri i motivi che si avanzano per la esclusione di una organizzazione come la Cgil. Sono motivi pericolosamente antidemocratici.
Un nostro operaio - nostro della Cgil, organizzazione alla quale appartengo - ha diritto di fare questo ragionamento, tenendo conto che la Cee costituisce per i suoi promotori la base, la premessa per l’unità politica dell’Europa. In Italia un monarchico che lotta per distruggere la Repubblica, un fascista che lotta per distruggere la democrazia, può essere deputato al Parlamento ed influire sulla politica generale del paese. In campo europeo la mia organizzazione, che non si oppone al principio della integrazione ma che ne critica talune forme, non può essere rappresentata in quegli organismi comunitari che decidono dei miei interessi concreti. Morale: nell’Europa che anche la Cee prepara ci sarà meno democrazia che da noi, ed io non potrò tutelare al meglio i miei interessi. il che non è molto incoraggiante.
La insufficienza e la pigrizia dell’azione dei sindacati presenti nel Mec, ed i loro scarsi poteri, aggravate dalla forzata assenza di organizzazioni come la Cgil, è un elemento negativo che crea un vuoto che obiettivamente ritarda la trasformazione democratica del Mec ed oppone minore resistenza al predominio dei gruppi monopolistici, che vanno sempre più dando vita ad accordi e ad intese precise, e a quello dei tecnocrati e dei governi conservatori. Occorre lottare perché il Mec si democratizzi nelle sue strutture, non resti confinato nei sei paesi, non solo ammetta l’Inghilterra, ma si apra anche come politica di scambi verso le grandi aree economiche ad Oriente ed a Occidente e che non costituisca, nei confronti dei paesi in via di sviluppo, un veicolo di neocolonialismo.
Che fare per l’Europa? ci chiediamo.
L’unità dei sindacati a livello Mec ed a livello europeo può essere un grande contributo alla realizzazione di una Europa unita. Al padronato che si internazionalizza è necessario contrapporre la lotta internazionale dei lavoratori. il giorno nel quale la lotta sindacale si manifesterà a livello europeo, l’idea europeista entrerà nel vivo delle masse operaie. il giorno nel quale ad esempio i lavoratori della Fiat, della Renault, della Volkswagen sciopereranno contemporaneamente per le rivendicazioni comuni, che non saranno soltanto puramente salariali, quel giorno l’idea dell’Europa avrà fatto un passo in avanti decisivo, più che per effetto di mille discorsi, di mille libri, di mille congressi. Quel giorno i lavoratori toccheranno con mano l’Europa, e saranno in movimento le forze più decisive per l’unificazione europea. Che non sono i governi, tutti i governi, conservatori sempre per la loro stessa natura, per l’equilibrio che devono realizzare fra contrastanti interessi, soggetti a mille pressioni ed ai più impensati mutamenti.
Ecco perché da una parte e dall’altra occorre rimuovere gli ostacoli che impediscono ai lavoratori, o anche ad una parte di essi, la partecipazione alla costruzione di una Europa unita democratica e di progresso. Ecco perché bisogna sforzarci di dire con chiarezza che cosa vogliamo sia questa Europa.
Il mancato ingresso dell’Inghilterra nel Mec è un fatto negativo e sarebbe un grave errore da parte di quanti militano all’ala estrema del movimento operaio - alludo ai miei amici comunisti - compiacersene vedendo in questo fatto soltanto un conflitto fra Stati borghesi e quindi un indebolimento dello schieramento capitalistico. in realtà si tratta di un successo delle forze più reazionarie e nazionalistiche dell’Occidente impersonate da De Gaulle ed Adenauer. Perciò dobbiamo preoccuparcene.
Tuttavia il problema inglese potrà anche venire risolto ma non facciamo, di questa soluzione, il toccasana di tutti i guai europeisti presenti. Rappresenterà certo un correttivo importante, ma non molto di più.
Il patto Bonn-Parigi, con le sue minacciate propaggini iberiche, potrà anche saltare ma resterà la Francia gollista che sta involvendosi sempre più verso impennacchiate forme reazionarie. Adenauer sarà chiamato un giorno ai gaudi celesti, ma resterà in sostanza la sua Germania, la Germania che ha voluto e forgiato: la Germania che non ha ancora accettato il verdetto della seconda guerra mondiale per quanto riguarda i confini dell’Oder-Neisse; la Germania che non ha ancora accettato la realtà di fatto dell’esistenza di due Germanie; la Germania che non ufficialmente proclama, ma ufficiosamente coltiva idee revansciste, e per la quale la denazificazione resta una tragica farsa; la Germania che vieta l’esistenza - unica in Occidente - di un minuscolo Pc e alimenta con amore le leghe dei reduci e dei profughi che abbiamo conosciuto nel primo dopoguerra. Hitler venne di lì.
Si dice che dobbiamo partire da quel poco che esiste. Certo, e teniamo conto delle realtà, aggiungo. E fra queste realtà vi è una Francia gollista, una Germania congenitamente non conservatrice, ma reazionaria. Verso questa situazione le responsabilità delle democrazie europee sono pesanti. Per il timore, obiettivamente infondato della presenza nella Repubblica democratica tedesca di una nuova politica di Rapallo le democrazie europee non hanno parlato chiaro ai tedeschi, hanno subito i loro ricatti, permesso il risorgere dei conzern, autorizzato anche se non apertamente i celati propositi revanscisti.
Queste cose dobbiamo pur dirle per renderci conto del materiale di cui disponiamo, per misurare la difficoltà dell’impresa dell’unità europea che non può aversi se non con un minimo di omogeneità democratica.
I veri avversari dell’Europa sono le forze conservatrici anche se si presentano in veste formalmente democratica. Sarebbe un errore sottovalutare i pericoli dell’asse Parigi-Bonn. Questi pericoli vanno denunciati con forza anche dal nostro governo. Ma occorre fare di più. Occorre superare i limiti dell’Europa delle patrie e dei monopoli. Se non faremo chiarezza su questo punto non andremo avanti.
Concordo invece con la tesi che una Europa pacifica e democratica rappresenterà un grande concorso al processo di liberalizzazione nel mondo comunista. Una Europa figlia di Foster Dulles o di Adenauer non potrà che avere davanti a sé una Unione Sovietica figlia di Stalin. La politica della coesistenza pacifica è determinante ai fini della pace: non solo, ma a quelli dello sviluppo della democrazia e del progresso sociale in ogni parte del mondo. in situazioni esasperate sono gli ultras a prevalere.
E dobbiamo dire qualcosa sul problema del disarmo. Nessuno pensa a chiedere il disarmo unilaterale dell’Europa. Io sono d’accordo che noi dobbiamo sostenere una Europa denuclearizzata. Parlo non dell’Europa dei sei paesi, ma dell’Europa che giunga sino ai confini dell’Urss. Questo sarà il modo migliore per consentire una intesa tra le due grandi forze atomiche mondiali, per avviarci ad un disarmo generale e controllato.
Certo l’armamento atomico multilaterale rappresenta per molti un meno peggio nei confronti dell’armamento autonomo francese o, Dio ce ne guardi, tedesco. Ma quanto potrà durare effettivamente?
Temo che esso sarà un incentivo al risorgere di spinte nazionalistiche e militaristiche, una condizione di pretese e di ricatti ai quali alla lunga l’America non potrà efficacemente resistere.
È difficile regalare un fucile ai vostri bambini e tenere le munizioni chiuse nel vostro cassetto. Ognuno finirà col volere il proprio fucile e le proprie munizioni. E sparare quando lo crederà opportuno.
Chiedo scusa se ho parlato a lungo e forse fuori del tema.
Ma, come vi ho confessato in tono autocritico, è la prima volta che intervengo a manifestazioni di questo genere.
E per la prima volta voglio dirvi: credo sinceramente alla necessità che ognuno di noi si impegni per costruire una Europa economicamente e politicamente unita, che sia forza di pace e di progresso, per sé e per il mondo. Un’Europa purchessia ci porta al punto drammatico in cui siamo.
Le difficoltà sono enormi, imprevedibili. Non illudiamoci. Perché l’Europa che vogliamo sia un’Europa di libertà di progresso e di pace, dobbiamo renderci conto che gli ostacoli maggiori li troviamo nelle forze della conservazione. Nego che abbiano ideali europeisti Krupp e la Solvay, la Montecatini e la Fiat, la Banca Rotschild ed il Comité de Forges. Essi hanno solo degli interessi da integrare, bilanciare, difendere, spartire a livello europeo.
Lotta per l’Europa vuol dire quindi, prima di tutto lotta, all’interno di ogni singolo paese, per la democrazia concreta, sostanziale, per le riforme di struttura, per lo sviluppo dell’impresa pubblica, per il controllo dei monopoli, per il libero espandersi delle forze sindacali, per il benessere delle masse popolari.
Solo i grandi ideali muovono le forze che fanno la storia.
Iscrivere nella bandiera dell’Europa unita le parole animatrici di grandi speranze quali libertà, pace, progresso sociale, vuol dire assicurare fin da ora il successo alla lotta per l’Europa.

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